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Dinasty, tre puntate alla Casa Bianca

Concediamoci un ultimo sguardo oltreoceano, non alle fortune ottocentesche dei vari Rockfeller o J. P. Morgan, né a quelle dei Getty o degli attuali geni di finanza o Silicon Valley, con le relative strategie di passaggio generazionale, passate e presenti. La riflessione è quasi banale: L’“America” era nata orgogliosamente nel 1776 come repubblica democratica – la prima dell'era moderna! – contro i riti e le gerarchie del vecchio dominio inglese, rimandando a casa il re Giorgio e l'idea stessa di monarchia ereditaria. Eppure... Già a inizio Novecento, a pochi anni di distanza l’uno dall’altro, divennero Presidente due lontani cugini, Teddy e Franklin Delano Roosevelt, entrambi discendenti da un nobile colono olandese seicentesco di Nuova Amsterdam, i cui possedimenti terrieri comprendevano a quel tempo, casualmente, l'intera Manhattan di oggi. Ma almeno erano uno repubblicano e l'altro democratico... La nostalgia dinastica latente degli Americani ha trovato il suo primo e indimenticabile approdo con la saga dei Kennedy e con la sua tragica parabola discendente, dalla gloria insanguinata di John e Bob all'eterna promessa mancata di Ted, passando per la perfetta Jackie traghettata con eleganza dalla Casa Bianca ai panfili di Onassis, nonostante Dallas. Carriere obbligate, vocazioni automatiche, seggi politici praticamente ereditari (anche se l'erede designato è riluttante o non particolarmente dotato)... Tutti elementi esattamente conformi al vecchio e odiato modello nobiliare. Ricorda, invece, il passaggio dai Merovingi ai Franchi l'irresistibile ascesa di George H. W. Bush (il padre) che, dal vertice della CIA, fu elevato nel 1981 a diventare vicepresidente con Reagan, quindi a conquistare la Casa Bianca nel 1989, ma per un solo mandato. Battuto da Clinton, sarà vendicato da suo figlio, George W. Bush che, otto anni dopo, riporterà la famiglia alla guida degli Usa, mentre l'altro fratello, Jeb, era Governatore della Florida. Un caso curioso in quanto già il padre aveva espresso in più occasioni qualche dubbio sulle reali doti dei figli. Eppure il meccanismo della politica statunitense ha portato i Bush ad essere il primo caso di padre e figlio entrambi Presidenti. E se c'era riuscito Bush figlio, poteva farcela anche la moglie di Bill Clinton, Hillary Rodham Clinton che, dopo otto sofferti anni al fianco del marito, aveva seguito una sua carriera di tutto rilievo: Senatrice per lo stato di New York, già Segretaria di Stato con Obama dal 2009 al 2013, aveva ottenuto la candidatura alla Casa Bianca per il partito Democratico nel 2016. Sarebbe stato il primo caso di “staffetta” tra coniugi, ma gli elettori hanno premiato Donald Trump. In questo caso sembrava la transizione più tranquilla e pilotata... invece la realtà ha presentato un conto del tutto inaspettato, anche per la maggior parte degli osservatori. In pratica l'esperienza statunitense sta dimostrando che il confine tra democrazia e monarchia ereditaria è molto meno marcato di quanto pensassero i “founding fathers” o, quantomeno, che stiamo vivendo una fase di profonda ridefinizione dei meccanismi della transizione democratica. Senza contare la lezione che ogni volta gli elettori, con le loro scelte a volte imprevedibili, impartiscono anche ai guru e agli spin doctors reduci vittoriosi di decine di campagne elettorali. La realtà ha sempre ragione, anche quando la storia, magari decenni dopo, dimostra che aveva torto.

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